Benvenuti nella mia gonzo-cucina. Stay Tuna.

Peperone ripieno con spaghetti al profumo di mare

by marcogiarratana

Osannata da tanti, visitata dai di-più: sono stato a Berlino. Faccende di lavoro, non sia mai che il mio culo venga dirottato lontano da Milano per puro riposo. Anche se un po’ di relax me lo sono concesso. Ho zompettato in alcuni dei Luoghi Comuni del turismo berlinese e ammetto che vie come Friedrichstrasse o Unter den Linden mi abbiano lasciato del tutto indifferente, affette come sono da un’anonimia ultramoderna e spendacciona che ha quasi del disarmante. Una foresta di loghi di grandi griffe che rivestono palazzoni dal design impregnato di quel minimalismo che si contraddice da solo, tanto è sfarzoso e solenne. Le stesse strade le vedrei a New York o Milano stessa, non danno alcun valore aggiunto alla città. Al contrario dei quartieri caratteristici della Berlino Est, Kreuzberg su tutti, che è stato quello che ho visitato più spesso nella mia settimana di permanenza. Anche la zona di Warschauerstrasse mi ha molto colpito. Mi è parso di venire catapultato negli anni Ottanta, tra vie accoglienti ma un po’ malinconiche, case dai prospetti spartani eppure familiari, gente di qualsiasi razza. Si respira un’aria a tratti malsana nei bar marci dove ti scoli una birra parlando coi primi umani che ti ritrovi accanto. Pur avendo visto poco, la Vera Berlino mi ha colpito profondamente, anche se qui ne parlo con rapidità. Perché, oltre che a fare il turista merdino, ho fatto anche il turista gustativo. Mica potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di assaporare del sano cibo tedesco.

Tedesco?

Sano?

Una volta ficcato il piede sull’aereo che mi avrebbe accompagnato nella Teteshkia, la consapevolezza di una  sofferenza gastronomica (e forse anche gastronitestinale) mi ha sopraffatto, ma upoi, sceso dal siluro-con-le-ali, mi sono detto: non fare l’italiota che disprezza il resto del mondo ripetendo senza sosta che dalle mie parti questo si fa meglio. Difficile metterlo in pratica, anche se il mio sforzo erculeo è stato ammirevole. Certo che la commessa anzianotta con la faccia da toporagno in un caffè dell’aeroporto Tegel di Berlino s’è comportata da vera pizzetta di merda: mi parla in un inglese claudicante finché non ordino un Caffè Espresso con dizione puramente italiana. Da lì in poi, scoperte le mie origini peninsulari, comprime le sue frasi in tedesco, tant’è che per pagare sono costretto a tirare un’occhiata sul display. Troia, penso e sussurro quando mi allontano.

I tedeschi sono una piccola succursale culinaria dell’America. Cibo grasso e superfritto, bevande ipercaloriche sorseggiate da chiunque a zonzo per le strade. Senza alcun ritegno. Molte ragazze, raffinatissime in viso, una volta alzate – facciamo che in questo momento mi trovi in metro e loro stiano sedute – si sono rivelate dei veri minotauri: sopra ninfe, sotto budini. Certo, con tutto quel junk food che ingurgitano, crist’ellamadonna, mi pare il minimo. Io ho ceduto alla tentazione di un pollo finto panato da Burger King solo alle 4 di domenica mattina, sbronzo come un’alce a ridosso di un party in cui ho perso il conto delle birre tracannate. Che il Dio degli Chef mi perdoni questo peccato di distrazione alcolica (tra l’altro, espiato con una digestione affetta da una sudorazione al limite della disidratazione). Non lo farò mai più.

Comunque, non ho mica mangiato solo schifidus. Una sera sono stato al Joseph Roth Diele, un locale di Potsdamer Strasse in stile anni Venti segnalato sulla mia Lonely Planet tascabile, dedicato alla memoria dell’omonimo scrittore. Locale accogliente e piccolo, pochi tavoli. Quella sera mi sono avventurato da solo, con me avevo solo un libro a tenermi compagnia al tavolo. Ordino un piatto unico con un’insalata piuttosto anonima (insaporita da qualche granello di curry) e delle tagliatelle gratinate con cipolla stufata e gouda. Molto interessanti e ammetto che il livello di cottura era dignitoso. Dopo una weiss da mezzo litro, mi alzo soddisfatto pagando anche poco.

Nella zona di Warschauerstrasse, ho parcheggiato le chiappe in un ristorante indiano. Le polpettine vegetali che ho ordinato erano immerse in una goduriosa salsina al formaggio, che hanno reso l’inizio dei Nove Racconti di Salinger più interessante. Poi ho ingollato una supercotolettona di porcellotto durante un pranzo in una mensa universitaria in cui mi sono imbucato, uno strano puré dal rapporto quantità-prezzo assolutamente iniquo consumato in un ristorantino vegetariano con dei colleghi di lavoro tedeschi e altre robe, per lo più panini con salsine e carne di ottava scelta rimediati un po’ qua un po’ là. Si ritorna sempre al cibomonnezza.

L’unica cosa di più o meno tipicamente teutonico che sono riuscito a introdurre nel mio uomosenzatonnesco corpo,è stato il tanto sventolato curry wurst. Un’autentica merda. Magari avrò acchiappato il posto sfigato, ma quell’obbrobbrio faceva sonoramente schifo. Il wurstel era stato precedentemente fritto, sviluppando così una crosticina di poco staccata dalla carne (carne ?) interna, come fosse una sfoglia. Tant’è che penso: questa è una sfoglia, solo che poi la porto in bocca e non crocca per un cazzo. Ma la cosa peggiore è che il wurstel, tagliato a tocchetti, è letteralmente annegato in un anonimo ketchup industriale, su cui la signorinella del posto spolverizza una copiosa dose di curry. Non capivo cosa fosse più disdicevole, se il troppo ketchup o il troppo curry o il wurstel troppo finto. Sigh.

Come se non bastasse, dopo lo spiacevole pranzo, qualche figlio di bagascia mi ruba l’ombrello mentre mi distraggo concedendomi dello shopping in un negozio di abbigliamento in zona Eberswaldestrasse: fuori piove come se Dio avesse sentenziato la scomparsa definitiva dell’intera umanità. Coi pantaloncini, è stato impossibile tornare con le mutande e le calze asciutte.

Bypasso volentieri l’inutile e angustiante capitolo sul caffè, nonché il rigurgito che mi sopraffaceva durante le colazioni in hotel mentre spalmavo della saporita confettura di fragole su dell’eccellente pane di segale tostato osservando individui tutti intorno a me affaccendati a infarcire panini con salame, a sbrodolarsi il mento col sughetto di un’insalata di pomodori e cetrioli e a raschiare il piatto con la forchetta per accalappiare gli ultimi e spogli rimasugli di un uovo strapazzato luccicante d’olio di frittura.

Per fortuna, sono tornato nel paese dei dementi che forse rivoteranno Berlusconi poco prima che una prateria di brufoli fiorisse sui piccoli lembi di pelle ancora libera dal pelo che mi ritrovo sulla faccia. Mi spiace, sarà anche uno stereotipo, ma per gli italiani altezzosi e un po’ esigenti quando si siedono a tavola come me, si fa un po’ fatica. Dammi pure del paraocchiuto, me lo merito, sai?, però non sto qui mica a dire che le loro abitudini culinarie siano sbagliate. Sono semplicemente Diverse e Distanti dalle mie (personali abitudini: lo sai meglio di me, carissimo mio discepolo col tonno, che in Italia l’analfabetismo palatale di importazione ammeregana dilaga).

Mi tengo quindi volentieri il mio snobbismo da italiota e mi avvicino ai fornelli della mia adorata cucina e mi appropinquo a preparare, per te e solo per te, mio caro lettore o lettrice che tu sia:

AAAALLLTTTT!

prima di darmi anima e corpo alla ricetta di questo post, due notizie flescccchhh.

Su Finzioni Magazine si sono scomodati a segnalarmi all’esigente pubblico che legge e che, forse, mangia. Definito questo blogghe come una raccolta di “ricette letterarie”, nel post della rubrica Bookatini supero persino in bellezza l’inetta Benedetta (Parodi). Lo so, ogni donna vorrebbe un Uomo Senza Tonno sul davanzale della finestra, come il geranio dell’omonimo racconto di Flannery O’Connor. Solo che poi cascherei. Cazzo.

Dopo 16 anni di silenzio tornano i Dead Can Dance. Anastasis è il titolo del disco. Nulla di stupefacente, ma riaverli tra noi è un miracolo. Mi toccherà sborsare dai 40 ai 70 euro per vederli a Milano, ma ci valgono tutti.

La rifacciamo:

… Mi tengo volentieri il mio snobbismo da italiota e mi avvicino ai fornelli della mia adorata cucina e mi appropinquo a preparare, per te e solo per te, mio caro lettore o lettrice che tu sia:

Peperone ripieno

con

spaghetti

al

profumo

di

mare.

Il Signore è il mio pastore, \sharp non manco di nulla \flat, intonano i cherubini al cospetto di siffatto annuncio.

L’intera popolazione del planisfero si interroga su quali-come-cosa-nomi-città di sostanze stupefatte ci vorranno per forgiare una simile opera gastroitalica. Ecco a te, in diretta e in esclusiva solo per abbonati, la lista dell’Ingredienteria calcolata per un solo soletto essere (in)umano:

  • un peperone rosso o giallo o colorato a tuo piacimento
  • 90-100 g di spaghetti a seconda della capienza panzale
  • 200 g di totani che poi puliti e una volta cotti te ne rimarranno una vera miseria
  • 15 g di capperi salati (ma la Comunità Europea autorizza anche l’uso di quelli in aceto di vino)
  • 20 g di olive verdi
  • 200 g di polpa di pomodoro ma se hai del pomodoro fresco fa più nature
  • uno scalogno o anche meno
  • 3 cucchiai di olio extra-smidollato di oliva
  • qualche rametto di timo
  • sale
  • pepe nero
  • pangrattato

Oooh, un piatto estivo di complessa digestione per via della pelle del peperone, machissenefotte, dicevano in Perù qualche secolo fa.

Non si può mica costruire una nave senza prima avere un’opera viva dove infilarci tutto il resto. Ragion per cui, qui, ora, in questo medesimo istante impugno un coltello in lama di ceramica e, dopo aver lavato per bene il peperone,

Io lo so chi è Mark Lanegan

firulì firulà, trac, intaglio tutto intorno al picciolo, estraendo così gran parte dei semi e della placenta. Taglio poi in verticale, ottenendo due metà. Ne uso una.

Metà. Done.

Metto la zattera peperonesca da parte e mi dedico al totano. Il mollusco mollo cuginetto sfigatuccio del calamaro, spesso spacciato per calamaro appunto, nei ristoranti in cui i ristoratori, appunto, vogliono fare i furbi. Appunto. Costa di meno a loro, di più a te che ci caschi.

Il totano, già stecchito, non si pulisce mica da solo. Per ognuno degli esemplari rimasti intrappolati nella rete dei pescatori che li hanno poi ceduti dietro corresponsione di una certa quantità di oboli, magari in una di quelle cassettine di polistirolo ripiene di ghiaccio, e che fanno quel rumorino spugnoso al tatto che quasi definirei polistirolico, ceduti dicevo al caro supermercato in cui mi approvvigiono di creature marine decedute, ognuno di questi totani mai divenuti grandi poiché i loro sogni di gloria si sono infranti sullo scoglio della legge del mercato secondo cui gli umani non possono rinunciare a dei molluschi le cui attività vitali sono state bruscamente interrotte, questi poveri piccoli e insulsi totani devono essere: a) eviscerati ficcando il mio dito dentro la sacca dove stanno tutti gli organi; b) spellati passando delicatamente il coltello o le dita sotto il getto del rubinetto; c) privati dell’osso cartilagineo; d) privati della vescichetta e degli occhi al di sopra dei tentacoli. Pulisco i totani, ma dimentico di fotografarli, non conferendo loro la medesima importanza e lo status degli altri ingredienti. Capirai che grande figata ritrarre dei molluschi cadaveri su un piatto con delle pere e delle mele disegnate tutte intorno.

Bypassato l’atto fotografico per i totani, ma preparo il sugo. Un trito di scalogno adagiato su tre cucchiai di olio extra-cristo d’oliva adagiato su una padella antiaderente con tanto gustoso teflon adagiata sul fornello con del fuoco adagio. Adagio anche un paio di rametti di timo, così, adagio.

Evil woman, don't you play your games with me

Col soffritto sfrigolante, prendo i capperi, li trito a loro volta e li scaravento nello sfrigolio collettivo.

Alcuni rappresentanti dei capperi poco prima di venire disintegrati e accorpati nel moto riottoso

La stessa sorte tocca alle olive, piccoli testicoli vegetali privati del nocciolo, come questi esponenti del movimento di liberazione dell’oliva vergine.

33 tigri

Dico minchia. Così, per passatempo. La commistione di aromi già si fa sentire, come testimonia la diapositiva metonimica della diaspora aspra.

Mega rissa sulla piattaforma

Una volta istituito il comitato d’accoglienza, il soffritto è ormai pronto per ricevere una sonora scarica di polpa di pomodoro. Sguish!

A pra foco

Me ne dolgo, ognuno ha le sue fissazioni, ma io aggiusto subito di sale e bilancio pure con una puntina di zucchero: il contrasto tra il salato di capperi e olive e il dolciastro della salsa è adorabile. Non trovi? Faccio andare a fiamma vivace per circa 5 minuti, tanto mi basta per poi integrare nelle relazioni sociali di questo evento i totani, che ho già tagliato ad anelli. Acchiappali!

L'acchiappatotani

I totani necessitano una cottura davvero breve prima che si trasformino in anellini di gomma. Altri 5 minuti e tolgo il sugo dal fuoco, solo dopo aver aggiustato nuovamente di sale e aver macinato su un po’ di pepe nero.

Le chiappe dei totani

Sono pronto a calare la pasta tra i bollori inverecondi dell’accadueò che s’agita dentro la pentola. Afferro gli spaghetti, ne cingo i fianchi e, fottetevi, cuocete lì dentro senza fare troppe storie che m’avete già bucherellato le palle con le vostre lagne.

Gli spaghetti, dall'abisso, protestano per la pena eccessiva. Secondo loro.

Approdati allo stadio di Spaghetti Al Dente, i suddetti vengono scolati dal sottoscritto Uomo Senza Tonno Ma Con La Barba e, una volta riacceso il fuoco sotto il culo della padella insughettata, si fanno un po’ di salti per legarsi per bene con la suganza.

Suga

Clap clap, prove di applausometro. Giunge adesso la delicata operazione dell’infarcitura o adagiamento o parcheggio o trasloco o ti-metto-le-pietre-nella-pancia-come-a-quel-lupo-di-quella-fiaba-dei-fratelli-Grimm: traslare lo spaghetto, dalla padella al peperone. Mi armo di superforchettone, annodo tanti spaghetti quanti me ne servono, una forchettata e una cucchiaiata di condimento coi totani che tentano di sfuggire ma non ce la faranno mai, un’altra forchettata e un’altra cucchiaiata coi capperi che provano a sottrarsi all’ineluttabile destino che li vedrà protagonisti delle mie attività digestive. Voilà, le peperone son fait.

Giovanni Soldini is dad

Una gaudente spolverata di pangrattato poco prima che il peperone, col suo equipaggio a bordo, salpi per il forno, già pronto a 200°. 15 minuti e sono pronto per la degustazione con rutto e peto all’unisono.

Il Totanic

Sento pulsare un cuore mediterraneo proprio sul palato. Capperi e olive irrobustiscono il sugo, su cui i totani hanno rilasciato, seppur flebilmente, gli umori del mare. Lo spaghetto s’è cotto come si deve, anche per lui l’applausometro segna tanti ++++++. Infine, il peperone fornisce l’ulteriore, piccolo contrasto, con la sua nota dolce e pungente. Tanti saluti.

  • Il Disconsiglio: ci vorrebbe un supporto bello tosto, eppure non potrei mai deturpare un equilibrato compendio di sapori come questo con un disco post-hardcore. Mi tocca quindi rivolgermi a chi, dal mare, ha tratto notevoli ispirazioni. Per questo, tra timidi flutti e conciglie scroscianti: Pram, Sargasso Sea, annata 1995.

 


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2 Responses to “Peperone ripieno con spaghetti al profumo di mare”

  1. Eddilo says:

    Comunque sei un ca@@o di genio…

  2. marcogiarratana says:

    Si fa quel che ci può. Grazie mille per l’apprezzamento :)

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