Benvenuti nella mia gonzo-cucina. Stay Tuna.

Tagliatelle con pesto di radicchio e pancetta croccante

by marcogiarratana

Non capita a tutti di conoscere personalmente l’autore di un libro. Nella maggior parte dei casi, gli scrittori fighi sono quasi tutti morti e le capacità divinatorie dell’uomo medio sono infime per connettersi con l’aldilà.

Io, questa piccola fortuna, ce l’ho.

Quando vago per le librerie, mi tengo a debita distanza dal reparto Erotico & Sfiga post-adolescenziale che racchiude librucci dalle copertine insulse scritti da trentenni che raccontano le consuete storie di amori spezzati, sofferenze e cazzi e mazzi. Ogni tanto, per curiosità, rompo gli indugi e mi avvicino, afferro un libro a caso, apro altrettanto a caso e leggo qualche riga. A caso. E noto che, oltre all’inutilità delle storie, emerge una scrittura talmente elementare e ridicola che mi induce a domandarmi come si possa non avere un minimo di autocritica e amor proprio e proporre sta robaccia a un editore. Che sono tempi bui si vede anche da questi pessimi eventi letterari.

Con questo voglio dire che se mi trovassi al cospetto di un titolo come Vergine Forever, non nego che ridurrei la questione a un sempliciotto romanzucolo con una fringuella afflitta dall’irrefrenabile e insoddisfatto prurito clitorideo. Ognuno ha paraocchi & pregiudizi che si merita. Comunque, assolutamente no, questo libro non fa parte di quel filone, anche se spesso lì viene incluso.

Vergine Forever l’ha scritto Gloria Belotti. Con Gloria trascorro 7 ore al giorno per 5 giorni su 7. 7×5=35, per ben 35 ore a settimana ce l’ho di fronte, a circa un metro e qualcosina di distanza. È la mia dirimpettaia nell’ufficio open space in cui io e i miei cari colleghi lavoriamo.

Lei non ne ha mai fatto parola in ufficio di sta cosa. Forse per vergogna, ha poi ribadito che questa è un’opera prima acerba e che fa schifo. Non ha mai detto di aver pubblicato un libro. Non è come me che sventolerei all’universo pure la scoreggina in do maggiore perfettamente intonata che farei nella più assoluta solitudine domestica. Non sapevo dell’esistenza di quest’opera finché la cara collega Viviana Lisanti (lei scrive per Finzioni, invece: è un covo di star il mio ufficio, ma lo sappiamo solo noi 4 carbonari) non l’ha ordinato e comprato. Edito da Coniglio Editore, 62 pagine, costa 5 euro, un prezzo abbordabile.

Precisazione preliminare: questa non è la consueta marchetta iniziale o restituita di una 69 a distanza tra amici. Gli scrittori (cosa che io non sono, tra l’altro) lo fanno sempre. Questo non è uno spot (anche se lo è: ssshhh). Lei NON sa che io sto scrivendo questa roba qui. Non sa neanche che ho finito di leggere il suo libro perché, da quando m’è piombato tra le mani, non ne ho più fatto parola. Fine della precisazione.

Vergine Forever è la raccolta dei post apparsi sul suo blog, aperto a vent’anni-20 poco prima di un esame universitario e dell’ennesima operazione. Sì, perché Gloria ha un handicap fisico che le impedisce l’uso di tutto il lato destro del corpo, braccio e gamba compresi, of course. In termini tecnici, è emiplegica.

La scrittura è adolescenziale solo per alcune scelte ortografiche. Fioccano le K, Kristo Kapo, davvero fastidiose. Ma vabbè, ci passo su, è un errore di giovinezza giustificato dalla diretta interessata come un omaggio al punk, cultura a cui lei è legata. Ma solo lì si nota l’immaturità del libro. I pensieri sono densi e profondi, troppo maturi per essere secreti dalla mente di una ventenne. Certa gente non sfiorerebbe neanche col margine del proprio campo visivo certi interrogativi pure se vivesse per 300 anni.

Sono pagine dure, imbevute di una malinconia che sprofonda spesso nella tristezza, se non nella vera depressione. Ci sono eventi di vita vissuta narrati, come i viaggi in bus, i decorsi post-operatori, l’amore per tale Stefanodelkazzo, conosciuto in una chat e sentimento ricambiato finché lei non ha svelato il suo handicap. Ci sono scambi di battute con mamma e papà, sembra di essere lì, a volte, a scrutare come in una sorta di Truman Show. Alla fine il taglio da blog si nota, un catalogo di pensieri rovesciati sul foglio per evitare che il loro peso si faccia insopportabile.

Credo però che i fatti, di per sé, siano un elemento secondario dell’impianto globale. Sono le riflessioni, i monologhi interiori pennellati con un linguaggio ricercato ma scorrevole con parole ficcanti e feroci a dare un senso a questo libro.

L’agognata perdita della verginità che spesso viene citata, sì ok, sarà anche una cosa fisica, ma suppongo si riferisca all’essere amati da qualcuno. Incarna il timore di vivere una vita intera senza che l’amore venga ricambiato, senza che il cuore venga deflorato, arrivando alla tomba con un’anima dall’imene ancora intatto da esalare.

È vero che per capire a fondo un’opera si dovrebbe scoprire il contesto sociale ed emotivo in cui è immerso l’autore. L’ho capito leggendo Il deserto dei tartari di Buzzati e tenevo fermo a mente quale fosse il motivo per cui fosse stato scritto. Di rimando, leggere un libro fa capire molto della personalità dell’autore, ancor di più se con lui hai un contatto diretto. Capisci la natura profonda di alcuni atteggiamenti che liquideresti come pura morbosità, magari, o come invadenza o chissà cos’altro.

Di Gloria ho capito molto leggendo questo libro sottilissimo ma copioso di indizi sulla sua persona. Non voglio dilungarmi troppo sulle riflessioni, che sarebbero comunque incomplete e scarne, per questo adesso riporto qualche estratto dal suo libro, pochi in verità, per questioni di spazio.

Il rapporto col padre
Mio padre si sveglia alle tre del mattino, Dio mio, quando fuori è ancora notte, spegne la sveglia, si alza, salta sul suo camion e non torna prima delle sette di sera. Chi ha la pelle di rinfacciargli qualcosa?
Una volta ho chiesto a mio padre: «Papà, tu mi stimi?»
«Se non ti volessi bene non ti avrei fatto curare».
«Ma, malattia a parte, mi stimi sì o no?».
Non ha risposto. Non mi ha mai risposto. Anche se mi fa sentire come l’articolo difettoso che ha acquistato per sbaglio e che non può più restituire, io mi sorprendo ancora a desiderare fortissimamente la sua ammirazione, non solo la sua rassegnazione. Fankulo alla falsa modestia: al suo posto io sarei orgogliosa di avere una figlia figa come me.

La mancata accettazione da parte degli altri e l’essenza della solitudine
Avevo quindici anni. Avevo amici che se mi azzardavo a fargli una carezza mi sbattevano giù dalla sedia: «Piantala, mi fai schifo».
Tanto ora è tutto inutile. Tanto adesso sono inutile. La stanza è illuminata dai bagliori di un televisore silenzioso. Che sia questa l’essenza della solitudine? Uno schermo che ti fissa senza parlare.

Un barlume di positività
Tempestive margheritine sono spuntate in giardino. Calpestate, ignorate, private di petali dagli innamorati insicuri – che tanto non sono rose rosse da 5 euro l’una – trovano sempre l’ostinazione di rispuntare ogni volta. 100% volontà di vita.
Sulla vacuità dell’ammirazione al cospetto della necessità di essere amati
Era abituata a considerare l’ammirazione come il lato ipocrita della medaglia, la faccia presentabile della compassione. Lo diceva sempre, lei, che tutta l’ammirazione del mondo non valeva un grammo di affetto. Essere ammirata ti scaraventa su una specie di Olimpo lontano dalle persone.

È la storia interiore di chiunque, perché la solitudine è un sentimento che appartiene a tutti, a volte è preziosa, altre è solo pura afflizione. Ci sono tanti altri passi migliori di questi nel libro che ghermiscono le viscere, le stringono e le rivoltano come un calzino.

Stimo Gloria per la sua (auto)ironia spietata, per la sua schiettezza nei rapporti con gli altri. Non provo pena o compassione per il suo “difetto”. Sarebbe arrogante da parte mia se lo facessi, anche perché così non terrei conto di tutte le cose che non sono in grado di fare pur avendo due gambe e due braccia funzionanti. Stimo Gloria perché ha stoicamente rifiutato la chiamata del Maurizio Costanzo Show, giusto a ridosso della pubblicazione del libro (siamo nel 2006), per non passare per l’handicappata sfigata che edifica il suo successo suscitando pietà nel prossimo. Sì, si definisce lei stessa handicappata e non diversamente abile, un’espressione alleggerita e ipocrita messa sulle bocche di tutti per lenire il senso di colpa di una società individualista e del tutto disinteressata all’empatia.

Mi pare che quelle pagine dolorose siano adesso lontane da lei, anche perché ora ha una relazione stabile e vergine, di cuore, non lo è più. Si spacca dalle risate con le mie imitazioni del suo accento bresciano (che non mi riesce quasi mai), mi insulta tutto il giorno coi suoi epiteti intarsiati con parole forbite, sciorina conoscenze interdisciplinari come se niente fosse, si mette nei panni degli altri con attente analisi. Penso che la sua disinvoltura derivi dalla stima che io e i miei colleghi le dimostriamo. Si sente accettata, com’è giusto che sia, perché la consideriamo come una nostra pari. Ecco, la disparità. A tal proposito chiudo con lo stralcio di una sua intervista apparsa su questo sito qualche tempo fa. L’essenza della domanda riguarda il timore, di Gloria, di condividere i propri sentimenti, relegando il lettore quasi al ruolo di voyeur.

Credo che molte persone con disabilità affrontino problemi simili ai miei ma hanno un approccio diverso. Preferiscono elaborare dall’interno certe cose invece che buttarle fuori. Il che è perfettamente legittimo: ognuno gestisce l’handicap nel modo che gli è più consono. Però credo che i normo vadano aiutati a capirci. Di solito l’immagine dell’handicappato è quella della persona rassegnata e paziente, oppure dell’utopista che vive fuori dal mondo. E a volte pur di sentirsi accettati ci si adegua a questa immagine piuttosto che fare un tentativo di essere se stessi. Penso che da entrambe le parti, sia tra i normo che tra i disa, manchi la consapevolezza di un’autentica uguaglianza di fondo. Nel bene e nel male. Voglio dire, ho molti problemi di salute, ma non è vero che questo mi rende automaticamente una persona migliore o più sensibile. Spesso tende a incattivirmi e non farmi risucchiare da questa disillusione che percepisco a volte, ti assicuro, richiede uno sforzo costante che non sono sempre in grado di sostenere.
Altre volte la mia vita è semplicemente un casino, allo stesso modo in cui lo è la tua.

Tutto ciò mi insegna una cosa fondamentale per stare nel mondo: che ogni qualvolta si incontra per strada o ci si rapporta a una persona “disabile”, ci si deve sforzare di non provare pena o compassione, ma si deve capirla e rapportarsi a lei come un essere umano con pari dignità. Sì, detta così sembra banale e talmente scontato che c’è poco da rifletterci su. Invece no, è una cosa che noi “normali” non siamo in grado di fare e lo provo ogni giorno in prima persona. Ma mi sforzo a cambiare i miei parametri mentali, di default molto presuntuosi.

In attesa che si rimetta a lavoro su un nuovo libro, c’è il suo nuovo blogghe da leggere. E con questo, passo e chiudo, mi metto il grembiulino, mi dirigo in zona-fornelli e parto con la ricetta di questo post, nuovo frutto frutto della spremitura delle mie meningi.

Di recente mi sono fissato col pesto. Ho abolito quello già pronto di basilico e me lo faccio da me. Così come il pesto di rucola e ho sperimentato anche quello con asparagi, ricotta salata e nocciole. Consiglio vivamente.

Quest’oggi ti narro la genesi di un inebriante primo piatto:

Tagliatelle con pesto di radicchio e pancetta croccante.

Allelujah. A-allelujah. Allelujah.

M’è uscita dalla zucca per una cena con un paio di amici. Costatato il successo, l’ho riproposta e rielaborata in diversi modi che ti suggerirò a fine post.

Riporto dal foglietto ingiallito su cui le ho appuntate, ecco le dosi per 3 persone (io e i miei 2 amici):

  • 250 g di tagliatelle caserecce all’uovo
  • un radicchio tondo
  • 20 cl di panna da cucina
  • pecorino romano a piacimento
  • pinoli
  • olio extra-vergine-forever d’oliva
  • 6 fettine di pancetta affumicata
  • sale
  • pepe

Un po’ di stretching alle dita. Via!

Tolgo le foglie esterne dal radicchio, riduco a pezzi grossolani e lavo quelle che userò. Asciugo con la centrifuga asciugaverdure

Radicchio morto con picchio

e, con una mannaia degna della Morte in Pessona, faccio un trito ultrafine.

Il coroner riferisce che è stata morte molto violenta

Verso la tritanza in un’insalatiera, aggiungo i pinoli e unisco dell’olio in modo da ammorbidire per bene la questione. Lascio riposare per una decina di minuti, tempo durante il quale rifletto sull’importanza di avere un animale domestico di cui sono evidentemente sprovvisto. Chissà perché cogitare su così angosciosi problemi durante le attese.

Gianni e Pinoli

Passano i dieci minuti fatidici in cui mi struggo perché non posso dar da mangiare croccantini puzzolenti a un cane che chiamerei inevitabilmente Foster, e, essendo sprovvisto di un fighissimo e molto vintage mortaio, provvedo alla frullatura di radicchio & pinoli col mio fido Mini Pimer.

Il frullo compressore

Frlfrlfrlfrlrflrlflrlfrlfllflrflfrlrlfllrlrf, insomma, strafrullo tutto sto ben di Dio e ottengo una purea come questa qui, a cui aggiungo un altro po’ di olio.

Macerie al macero

Mentre la pentola con dentro l’acqua è già sul fuoco in attesa che raggiunga la temperatura che permette all’Accaduò di bollire, afferro una forbice, pratico un taglio in uno degli angoli del brick di panna da cucina e, sfruttando l’invicibile forza di gravità, verso il bianco liquido lattiginoso in un pentolino. Fiamma bassa e faccio sobbollire.

Panna di daino

Entra così in scena il pecorino romano. Sapore tosto, molto salato, a tratti invadente. Lo mangerei anche a colazione con la confettura. Be’, non proprio. Comunque, in questa sede sfrutterò le sue note piccanti per dare vigore al mio pestolino. Taglio alcune fette molto sottili come queste qui

Lamina di pecorino con natura parallelepipedesca

e una volta che ai bordi del cerchio di panna che abita dentro il pentolino emergono le prime schiumette e bollicine, prendo ste cazzo di fettine sottili, le stringo nel pugno e le sbriciolo versandole nella panna. Incorporo per bene e tolgo dal fuoco. L’intera operazione dura circa 4 minuti.

Pecorino Incorporated

Torno dal mio radicchio frullato che russa come un toro. Oh, sveglia, testa di minchia! Guarda che sto per indondarti con una cosa bianca. La panna e il pecorino, idiota, che verso quindi sul radicchio&pinoli frullati. Mescolo molto bene per creare una salsa uniforme. Assaggio: manca il sale. Una presa di sale. Una macinata di pepe nero ed è tutto bellissimo.

Radiccio, tu lo sai che ti cucicchio, col pinolo il tuo figliuolo e con la salsa avrò rivalsa

L’acqua sta per bollire, ma ho ancora una cosuccia da sbrigare per portare a compimento la missione. Ho della pancetta affumicata affettata non troppo fine. Dispongo due fette una accanto all’altra in un foglio di alluminio

Dormivano placidi sul talamo sbrilluccicoso

chiudo creando un involucro che aderisce bene alle fette e lo schiaffo su una piastra rovente come se dovessi marchiare un bovino. Zàc. Uso l’alluminio per evitare che i fumi della pancetta m’inondino l’appartamento: ho parecchio legno in casa ed è facile che si impregni. Faccio rosolare la pancetta per un minuto e mezzo su entrambi i lati, la sento sfrigolare da sotto la sottile lamina ed è così abbastanza abbrustolita e croccante per essere adoperata.

Nuove soluzioni per la piastrellatura del bagno

La estraggo dal pacchetto alluminioso e la taglio a pezzi.

Anche qui il chiller non ebbe alcuna pietà

L’acqua bolle, posso quindi immergere dei coraggiosi nidi di tagliatelle, che hanno una cottura risibile: 4-5 minuti.

Bollino giallo

Scolo molto al dente e verso la pasta nell’insalatiera col pesto di radicchio, amalgamando il tutto.

Dispongo su un piatto e adagio la pancetta ridotta a pezzi sul pennacchio della montagnucola di pasta. Un ulteriore spolverata di pecorino, direi che non fa affatto male.

Polpo dalla testa di pancetta con tentacoli giallognoli all'uovo

Oh, che bel tocco d’affumicato che dà la pancetta. Si unisce alla nota piccante del pecorino e insieme sollevano radicchio e pinoli e panna, ingredienti dal sapore piuttosto scialbo. La pasta è rugosa e trattiene bene il sugo, in bocca si dipana la consistenza liquida, che però non dev’essere esagerata.

Il pesto al radicchio è anche ottimo in altre varianti, che ho già sperimentato. Ad esempio:

- radicchio, pinoli, panna e gorgonzola

- radicchio, pinoli, pecorino, pepe nero

- radicchio, noci, grana grattugiato

Vedi un po’ tu ciò che ti aggrada di più.

Cordiali salumi.

  • Il Disconsiglio: ci vorrebbe un vino bianco. Per libera e inconscia associazione mentale, gli album di David Sylvian mi infondo quelle note floreali tipiche dei vini bianchi. Ti consiglio il suo migliore lavoro, quello che va iscritto tra i capolavori del pop d’autore: David Sylvian, Secrets Of The Beehive, annata 1987.

 


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